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Aiutare i figli a scuola: รจ davvero un bene?

Io non pretendo niente da mio figlio… basta che non porti a casa voti sotto il sette.


È una frase che sento spesso, talmente spesso da essere diventata quasi normale.


Detta così sembra innocua, quasi ragionevole. Eppure dentro quella frase si nasconde una contraddizione potente: dire di non avere aspettative, mentre in realtà se ne hanno, eccome.


Per molti genitori aiutare i figli a scuola è un gesto d’amore: controllare i compiti, correggere gli errori, studiare insieme, ricordare verifiche e interrogazioni. È una presenza che nasce da buone intenzioni. Ma a volte, senza accorgercene, l’aiuto si trasforma in controllo e il controllo lentamente diventa pressione.


La sindrome del genitore elicottero


Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di genitori elicottero: quei genitori che orbitano costantemente sopra la vita dei figli, pronti a intervenire al primo segnale di difficoltà.


Controllano il registro elettronico più volte al giorno, scrivono agli insegnanti,
ricordano ogni compito, abitano le chat della scuola costantemente per controllare di non avere perso qualche pezzo, supervisionano ogni verifica… insomma sono sempre presenti!


Talmente presenti che a volte non lasciano spazio alla responsabilità dei figli.


E così accade qualcosa di paradossale: mentre il genitore cerca di aiutare, il figlio rischia di non sviluppare alcune competenze fondamentali.


Quando il voto diventa un giudizio sulla persona


Per molti ragazzi la scuola smette di essere un luogo di apprendimento e diventa un luogo di valutazione continua: non studiano più per capire, ma studiano per non deludere.


Studiano per evitare una domanda che pesa come un macigno: “Perché hai preso sei?


Dietro quella domanda spesso si nasconde un messaggio implicito (e a volte neanche tanto…): “Potevi fare di più!” E mi domanda: di più rispetto a che cosa? Esiste forse una classifica, una graduatoria? Un peso e una misura in grado di stabilire la quantità di capacità di un figlio alla prese con la scuola?


Così lentamente il ragazzo impara ad associare il proprio valore a un numero scritto in rosso sul registro. Succede allora che l’ansia aumenta, la paura di sbagliare cresce l’autostima diventa (quando c’è!) fragile. Perché se il voto definisce chi sono, ogni errore diventa una minaccia alla mia identità.


 Il rischio invisibile: ragazzi sempre più dipendenti


Quando un genitore è sempre presente nella gestione della scuola, il figlio rischia di non allenare alcune abilità fondamentali:



  • organizzarsi

  • gestire il tempo

  • affrontare la frustrazione

  • assumersi la responsabilità dei propri risultati


E così arrivano alle scuole superiori - o addirittura all’università - ragazzi intelligenti, capaci, ma disorientati davanti all’autonomia, perché qualcuno ha sempre tenuto il timone al posto loro. Non è mancanza di capacità. È mancanza di allenamento.


L’errore non è il problema


Molti genitori temono gli errori dei figli: un brutto voto, una verifica andata male,
un’interrogazione saltata… E diciamocela tutta: a volte sono i genitori stessi che, per evitare frustrazioni o malumori legati al brutto voto, non mandano i figli a scuola il giorno della verifica o dell’interrogazione!


Ma vi dico una cosa scomoda: l’errore, in realtà, è uno degli strumenti educativi più potenti che esistano. È proprio nell’errore che un ragazzo impara: a riorganizzarsi, a capire cosa non ha funzionato e a trovare nuove strategie. Sì proprio lui, in prima persona.


Se ogni difficoltà viene immediatamente risolta dal genitore, il ragazzo impara una sola cosa: che qualcuno arriverà sempre a sistemare le cose al posto suo.


Allora non dobbiamo aiutare i nostri figli?


La risposta non è smettere di aiutare. I figli hanno bisogno di genitori presenti, di adulti che ascoltino, sostengano, incoraggino. Ma c’è una differenza enorme tra: aiutare e sostituirsi.


Aiutare significa stare accanto, non davanti. Significa fare domande invece di dare soluzioni; significa lasciare spazio all’errore senza trasformarlo in un dramma; significa ricordare ai figli una cosa fondamentale: il loro valore non dipende da un voto.


La vera domanda che dovremmo farci


 Forse la domanda non è: “Come posso aiutare mio figlio a prendere voti più alti?”


Ma piuttosto: “Che tipo di adulto voglio che mio figlio diventi?”


Voglio che mio figlio diventi un adulto capace di affrontare le difficoltà, di organizzarsi, di cadere e rialzarsi?…Oppure un adulto che ha sempre bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare?


La scuola, in fondo, non è solo un luogo dove si imparano matematica o storia, ma è uno dei primi laboratori di autonomia. E il compito più grande di un genitore non è eliminare tutte le difficoltà dal cammino dei figli.


È insegnare loro ad attraversarle.